The Pisan Cantos

Il vento, in un bel romanzo israeliano recentemente tradotto per Einaudi (hey, naudi! ‘sti giorni mi ha preso il cervello Jovanotti), è la voce degli unici che possono vedere e tutto sanno, che soffia tra le connessure di un palazzo non raccolta da chi non può comprenderla. Ed è il folgorante motore che in un romanzo italiano di ormai centotrenta anni fa sbattere “l’uscione”, e – nel dialogo tra il reale e l’altrove – conduce uno dei personaggi a dare corso alla prima svolta narrativa.
Il vento scuote il libro magnifico di un torturatore brasiliano, mi ha detto Julio e spero di citarlo fedelmente che era proprio uno cattivo che faceva come minimo spezzare le braccia ai suoi nemici, e simboleggia evidentemente la vanità delle cose.

E attraversa, “inascoltato”, la terra desolata di un convertito.
Anche in The Road, se non sbaglio, c’è vento, arido e morto.
E di certo soffia “freddo come la morte” nei Canti Pisani, giù dai monti.

Il vento, è noto, ha ingallato un Uovo di Argento e lo ha deposto nel grembo della Notte. Tutto quello che ne è nato non fu buono.

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