Fuoco, amico

Per me, che ho già personalmente completato la rimozione sistematica dei crocifissi da tutti i muri accessibili, è infine il tempo della coerenza. Se infatti la mia meritoria operazione di bonifica si svolse nel nome (sì, e per conto) del multiculturalismo e dell’inclusione – soprattutto della fucilazione del Sacro Cuore, ma questo è un altro discorso –, non potrei in nome degli stessi valori (Io dei Valori) non condurre una crociata contro il Latino, materia di studio nei Licei. Esso – dice una ragazza di un Classico in area adriatica: “non mi farò rovinare la vita dalle lingue morte” – è l’infecondo organo di un’élite dominante tradizionalista e fanatica che, sulla base di un sapere da iniziati (un non-sapere, dunque, dato che per natura non deve diffondersi), preserva privilegi castali, e vecchi rituali, sotto l’occhio spento dell’uomo in croce. “Ti apre la mente, ti educa alla logica, affina la tua sensibilità letteraria, è patrimonio della nostra Europa”, dicono. Vallo a dire a quelli che avevano 8 a Latino, ma facevano fatica a comprendere che quello era un numero divisibile per due. Raccontalo a quanti, trascinatisi fuori dal Liceo, hanno bruciato i libri di testo e l’unico volume che hanno sfogliato, in seguito, fu il manuale d’uso della Mercedes. Raccontalo ai Võro e ai Tatarlar.
Sosteneva oggi, a Radio 3, Carlo Carena, che non si può nemmeno pensare di abolire il Latino come materia di insegnamento, in quanto portatore di “valori intrinsecHi”. L’astuto e illustre “antichista”, presentandosi come difensore dell’aborrito vecchiume, ne voleva invece dimostrare l’inutilità – ove non il danno – per il corretto possesso della lingua di cui ci serviamo. Egli, e contrario (ci voleva), ne testimoniava in tal modo perniciosa la sopravvivenza. Si calcola che uno studente di successo venga sottoposto, in cinque anni, a duemila ore di studio del Latino e mille di Greco: per diventare… avvocato. Sostituiamo piuttosto le esclusive e sterili anticaglie con multinclusivi corsi di bantù ed eschimese, sotto l’occhio vigile del Totem (no, non Baricco).

O piuttosto, e sul serio, non sostituiamole con niente. Aboliamole. Aboliamo tutto. E infine, ma solo infine, aboliamo il nostro fottutissimo noi.

Lincisivo

Cave, cane.

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Another cigarette, another day

Qualche anno fa, parlando dei suoi personaggi, Pedro Costa disse: “dovevo fare di Ventura, di Vanda, degli altri*, degli eroi da camera, intelligenti, dolci, tragici”. Per questo motivo, decise di utilizzare una piccola videocamera digitale, per poterli seguire nel “microcosmo di quattro o cinque strade da cui è composto il quartiere” in cui sopravvivono. Per poter catturare e conservare la luce reale di quel posto incredibile, e riconsegnarla insieme “ai volti e alle espressioni” agli spettatori, con un’avvertenza: “bisogna essere allo stesso tempo molto forti e molto fragili per poter sopportare tanto”. Il risultato, per chi ha visto No quarto da Vanda o il successivo Juventude em marcha, è quello di un incantesimo: la forza fisica di quella luce – intatta e impossibile – e di quel buio che la taglia o sopprime, anch’esso naturale (come è naturale che sia in luoghi dove non si è abituati a dipendere dalla corrente elettrica) è infatti insostenibile per un assetto razionale dei pensieri. La violenza delle cose, non mediata da nessuna grazia, ti costringe letteralmente ad abbassare il livello della tua coscienza per non esserne travolto; a disinnescare il pericoloso ed equivoco meccanismo della ragione per liquefarti nell’emozione scissa da ogni giudizio. Di fronte alla pura energia, punk, puoi salvare il tuo equilibrio artefatto solo abbandonandoti al suo impeto. Solo la tensione etica con cui Pedro Costa racconta i suoi eroi può d’altra parte rendere possibile che la visione resti sempre sublime, pur attingendo ampiamente al degradato e al grottesco: il suo è nello stesso tempo lo sguardo dello scienziato che osserva insetti un po’ ributtanti per conoscerli più approfonditamente possibile, e quello del santo patrono che assiste con amore straziato e impotente all’agonia dei suoi fratelli. Nel mondo di Costa la giustizia esiste proprio in quanto è negata. Per tutto questo, con tutto questo, le sue visioni incantano non diversamente da come si fa con un serpente chi – nella sua “realtà” – è abituato ad attenuazioni, ipocrisie, altri tipi meno naturali e innocenti di stordimento. L’incantamento è l’unico esorcismo possibile se non vuoi esserne irrimediabilmente “demistificato”.

* Zita, Zita… Geny, Geny… Nhurro, Pango, Yuran, Chumbito… Paulo, Paulo… Lena, Lena… Vanda, Vanda… Nuno, Fátima, Emilia, Nando… Zeninhas, Zeninhas… Pitrolino, Pitrolino… Julião, Julião…


Questa non è la famosa statua che sta di fronte al Parlamento, ma è bene che ci guardi con questa intensità: se the Great and Glorious avesse vinto davvero, Redo non esisterebbe.

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Un trans chiamato desiderio

Siamo o non siamo cittadini orgoglioni del celeberrimo Bel Paese? Chi infatti non prova invidia per questa landa rossa di Italika passione? Dove altro se non nello Stivale già rinomato per le gastronomiche virtù, si trovano concentrati un Premier stallone e un Governatore di Regione nu pochetto scapricciatiello? Come dire… ce n’è per tutti i gusti… Non sia mai che la Sinistra resti un’altra volta indietro, non fosse altro che per l’irresistibile richiamo del didietro della Brendona! E protagonista il più insospettabile degli insospettabili, così che l’effetto sorpresa sia garantito, con l’aiuto dell’encomiabile e instancabile lavoro di quei segugi sempre all’erta sguinzagliati da un Feltri ogni giorno più schiumante di rabbia e animato da autentica Sete di giustizia. Un vero esempio di giornalismo di inchiesta de’ giorni nostri; così come del resto anche il nostro novello Eroe proviene dalla stessa professione, che già lo rese famoso per quella trasmissione tivù in cui spendeva ogni grammo di passione, allora non sospetta, nel difendere i Diritti calpestati dei cittadini. E oggi di quello che un tempo fu una degna (re)incarnazione di Zorro, senza Macchia e senza paura, non resta se non una tragica Maschera di cartapesta sbiadita e bagnata. Ma non è il caso di sgomentarsi, compagni di merenda: perché tra i punti salienti del programma dell’aspirante [aspirato? NdR] Segretario del PD Franceschini svetta una legge ad hoc contro il velinismo dilagante: prima di tutto la salvaguardia e il rispetto del corpo delle donne, eccheccazzo! Che se poi vengono costantemente umiliate da qualche vizietto di troppo, privato per carità, dei mariti è una questione che attiene alla sfera intima, e non sia mai che si scada nel bieco moralismo o nell’austera e illiberale Repressione. E poi in questi tempi cupi, di crisi mondiale, perché negarsi anche il conforto, se non disinteressato perlomeno verace, di un trans chiamato desiderio?

Ritona

 

 

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Caratteriali

Qualche ora fa, a Firenze – naturalmente stavo cercando l’edizione completa monumentale delle OPERE di Gianni Barbacetto – la mia attenzione residua è stata assorbita dalla copertina di un elegante volumetto dai caratteri mirabilmente british. Vuoi vedere che è nata una nuova casa editrice, e che chi l’ha irresponsabilmente fondata conosce Gill Sans & parenti? Il libro a prima vista era davvero molto bello, tutto sui toni del color ocra, e ho voluto vedere di cosa si trattasse: sullo spigolo alto della prima pagina, guardando meglio, compariva (un po’ fuori contesto, graficamente) un logo familiare e amico, quello della collana m30 di Gran Vía. Ma tesori! Iban Zaldua, Avvenire. Il carattere di copertina ha le grazie, sottili, ma il corpo delle lettere è slanciato e con un effetto ottico che ricorda moltissimo il nostro amato Gill senza coda. Forse è quello che Eric Gill disegnò per Golden Cockerel, o un suo adattamento perché mi pare che le aste siano più sottili. Comunque sia, è una figata.


Eravamo restati male quando avevamo letto, tempo fa, che il Gill Sans Light dell’impaginato del nostro A sud del capanno veniva scambiato per un bastonaccio antilibrario, l’Arial. O meglio, avevamo pensato che i caratteri della famiglia o del gusto di Eric Gill apparissero, qui, sgraditi per un puro motivo di retorica delle cose: non si usi mai all’interno un carattere senza grazie! In simili dogmi sono nato, non così la feroce Anima Nera di quarup che con grazie e grazielle ha avuto problemi fin da bambina. E che, per il Capanno, era riuscita (vi giuro non è facile) a smurarmi il dogma proponendomi un bastone di infinita grazia (mi compiaccio contestualmente del tropo) e leggibilità: per Les, artista bizzarro e geniale, un buon Gill Sans Light imprevedibile e leggibilissimo.
Adesso, vedendo che con menate simili si diverte una delle case editrici più VIVE di questo nostro tempo morto, be’ sarei tentato di propagare la strepitosa notizia con modalità epidemiche. L’unico motivo per cui non rendo compiuto il mio dinamismo, è che non ci riesco. In compenso la racconto a chiunque capita, tipo al supermarket, ma hai visto che Gran Vía ha sostituito quel font da manuale di Chimica con uno di/da Eric Gill? Vuoto il sacco.
Del resto tutti raccontiamo a nastro cosa ci ha colpito della giornata.E così potrò tecnicamente essere definito caratteriale.

Gill Sans Light
Arial

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FAQpolitiq

– O Ugo, ma l’hai sentito che il Prèmie vor fa un’altra delle su’ Leggi Apprezzona?

– No. Ma ho sentito te che mi chiamavi Ugo.

– Scusa Ugo. Ma secondo te che vor dì Apprezzona? Tipo che è una Legge che dopo che la fai dici hmmm, buono, mi garba etc.?

– Te comunque continua a chiamammi Ugo e a dì cazzate. Tanto poi «le Pubblica», abbocca!!

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quarup cante el’ Nord

 

 

 

 

 

 

 

Renaud, Dù Qu’i Sont

Dù qu’i sont tout’s chés compagnies ed’ mineurs
Qui allottent ed’ sous terre faire ech’ dur labeur
Au pic, à ltriv’laine, rassaquer ech’ carbon
A l’abattache, au herchache, dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont tous les mineurs du grand saquache
A l’bowette, à front ed’ talle, à l’accrochache
Méneux ed’ quévaux, raccommodeux, porions
Nou pères, nou hardis taïons, dis dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont chés rires ed’ chés filles à gaillettes
Oubliant leu peines pour einn’amourette
Au moulinache, ouvrant comme chés garchons
Nou lampistes et leu taillettes, dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont, i vous d’mind’ront un jour vou gosses
Les souv’nirs ed’chés gins qui allottent à l’fosse
Pus d’chevalets, pus d’terrils, et pus d’corons
‘vous lamint’rez aussi, dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont tout’s chés compagnies ed’ mineurs
Porions, galibots, calins, ou ingénieurs
Lampistes, filles à gaillettes, carrieux d’carbon
Nou terrils, nos molettes, dis dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont chés bons jonnes ed’douze tréize ans,
Au fond pousseux ed’ barrous, les pieds in sang,
Au jour trieux ed’ caillaux et d’bon carbon,
Nou z’archelles ed’ galibots, dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont les Sainte Barbe et les ducasses
Les fêtes ed’ famille, les guinces, les fricasses
Loin d’chés grèv’s et d’chés accidints du fond
El’tarte à gros bords, les canchons, dù qu’i sont ?

Dù qu’i sont les viux corons ed’ chés mineurs
Dù qu’in partageot insonne les bonheurs,
L’amitié all’ s’trouvot sus l’seul ed’chés masons
Les bons momints à ch’pignon, dis dù qu’i sont ?

I sont rintrés dins l’légende ed’ nou sièque
A l’fosse nou pères ont souffert, ont péri
Leu durts misères méritent qu’in les respecte
Conservons leu chevalets, et leu terrils.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove sono

Dove sono tutte le squadre dei minatori,
che andavano sotto terra a sgobbare,
col piccone, con la trivella, a estrarre il carbone,
ad abbatterlo, a sminuzzarlo, dove sono?

Dove sono tutti i minatori della fatica immensa,
nelle gallerie, sul fronte di taglio, all’aggancio delle aste di
perforazione, conduttori di cavalli, aggiustatori, capisquadra,
i nostri padri, i nostri coraggiosi antenati, di’, dove sono?

Dove sono le risa della ragazze addette alla pezzatura,
che dimenticavano le loro sofferenze per un amore qualunque
addette allo sminuzzamento, a lavorare come i ragazzi,
le nostre lumaie e il loro temperino, dove sono?

Dove sono, vi domanderanno un giorno i vostri bimbi,
i ricordi della gente che scendeva nella fossa,
senza più torri di manovra, senza discariche e senza case,
così direte piangendo: dove sono?

Dove sono tutte le squadre dei minatori,
capisquadra, carusi, ragazzini o ingegneri,
lumaie, addette alla pezzatura o al trasporto dei carretti di carbone,
le nostre discariche, le nostre pulegge, dove sono?

Dove sono quei bambini di dodici-tredici anni,
nel buio della miniera a spingere i vagoncini, i piedi nel sangue,
alla luce del giorno a far la cernita delle pietre, a scegliere il carbone,
i nostri bambini che facevano commuovere gli operai, dove sono?

Dove sono le Sante Barbare e i parchi giochi,
le feste in famiglia, le sbronze, gli sbaciucchi,
lontano dagli scioperi e dagli incidenti della miniera,
la torta con la crosta alta, le canzoni, dove sono?

Dove sono i vecchi quartieri dei minatori,
dove si condividevano insieme i tempi buoni,
l’amicizia si incontrava sulla soglia di casa,
i momenti felici in cerchio, dove sono?

Si sono ritirati nella leggenda del nostro secolo,
nella miniera i nostri padri hanno sofferto, sono morti,
la loro triste sorte merita il nostro rispetto,
ricordiamo le loro torrette di manovra e le loro discariche.

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– Il patois Ch’ti è il dialetto francese parlato nella regione del Nord-Pas de Calais.
– “Abbattere il carbone” vuol dire far franare il fronte del materiale grezzo, per poi trasportarlo e raffinarlo (le mie origini sarde del sud, altra storica terra di miniere, sono salve).
– “Lumaie” è il termine popolaresco che anche i paludatissimi compilatori di dizionari di quei tempi raccomandavano, al posto di “lampiste”: addette all’illuminazione.

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Allarme rosso (anche un po’ rozzo)

Ci siamo accorti, con deturpante orrore, che nell’appena concluso, fantastico, Pisa Book Festival (dove occupavamo indegna e militarmente lo stand 198) abbiamo consegnato inavvertitamente due copie difettate (manca l’aletta di quarta) di A sud del capanno a due persone che avevano avuto la saggia bontà di acquistarlo. Orrùr. Se (primo della serie) qualcuno ci legge, se ci dà un suo indirizzo e ci perdona, garantiamo che ne inviamo almeno una copia (SANA) subito e gratis. Se invece vuole altra riparazione, ci porgiamo a mutilazioni à la carte.

q.

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Editoriale di Regime

Un prodigarsi instancabile, quello del premier Silvio Berlusconi sui luoghi delle tragedie. Si trattasse di un politico di sinistra, straparlerebbero tutti di Santità, come si fece non cogliendo la vera natura dei fatti nel celebre caso di Giorgio La Pira. E pure non siamo di fronte a manifestazioni della Santità grande, quella dei guerrieri Giorgio*, Teodoro, Innocenzo XI o dei mistici Giovanni della Croce e Ignazio di Loyola, ma alla semplice, naturale, quotidiana, “inevitabile” santità del politico cattolico, e più in generale dell’homo catholicus che, sostenuto dalla forza della fede intende se stesso come parte di una comunità, in cui certo vi sono maldicenza e barbarie e su cui cadono le sciagure, ma in cui sopra tutto si è tutti fratelli. La politica, in quest’ottica, diviene inevitabilmente “servizio”, non diversamente da quando aggiusti i tubicelli del catetere alla tua gemellina. L’attenzione verso i bisogni dei fratelli più deboli e verso le loro (continue) sofferenze diviene (contestualmente) così pressante da rendersi ferro da calamita per le stesse calamità. Esse, come vediamo nella parabola del Premier, ti si attaccano per impulso proprio, perché sia permesso a te di sanarle. Ed è (precipuamente) questa condivisione dell’umanità e del dolore ad essa consustanziale che fa sì che il Cristiano porga (continuamente) la troppo (frequentemente) derisa “altra guancia”: Egli non è un masochista, né uno sciocco, né un succubo, Egli è ed ha di fronte un Fratello. In grazia di ciò, la Sua Vita è tutta trapunta di fortezza slancio giustizia e carità e castità. In grazia di ciò, Egli accetta slealtà e attacchi, e (massimamente) le sciagure caelitus invectae (agli Altri).

* Cappàdoce, [NderCensura]


Augusto Pinochet
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The Pisan Cantos

Il vento, in un bel romanzo israeliano recentemente tradotto per Einaudi (hey, naudi! ‘sti giorni mi ha preso il cervello Jovanotti), è la voce degli unici che possono vedere e tutto sanno, che soffia tra le connessure di un palazzo non raccolta da chi non può comprenderla. Ed è il folgorante motore che in un romanzo italiano di ormai centotrenta anni fa sbattere “l’uscione”, e – nel dialogo tra il reale e l’altrove – conduce uno dei personaggi a dare corso alla prima svolta narrativa.
Il vento scuote il libro magnifico di un torturatore brasiliano, mi ha detto Julio e spero di citarlo fedelmente che era proprio uno cattivo che faceva come minimo spezzare le braccia ai suoi nemici, e simboleggia evidentemente la vanità delle cose.

E attraversa, “inascoltato”, la terra desolata di un convertito.
Anche in The Road, se non sbaglio, c’è vento, arido e morto.
E di certo soffia “freddo come la morte” nei Canti Pisani, giù dai monti.

Il vento, è noto, ha ingallato un Uovo di Argento e lo ha deposto nel grembo della Notte. Tutto quello che ne è nato non fu buono.

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La déchéance d’un blog, 2: lirismi

… e la perfezione preziosa della rima imperfetta! «Mi plagi, mi plagi!» borbottai scherzoso, mentre mi arrampicavo su per il tubo.

Dammi le dita,

dammene uno,

voglio baciare

questo anemone di mare

che tu chiami anulare.

Dammi le dita,

dammene un altro,

voglio succhiare

questo liquore

che tu chiami sudore.

Dammi le dita,

mettimi il pollice tra le labbra,

dammi la mano,

la voglio tutta nella bocca,

per soffocare

nella nausea dell’amore,

dammi quel braccio tentatore,

giù fino al gomito

così se vomito

vomiterò sul tuo cuore il mio cuore.

(JRW)

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