La déchéance d’un blog, 1: inni

Siici propizio, tu che ti manifesti in forma di Topo. Noi ti preghiamo, incìstaci. Siamo una stirpe di mutanti marziani, spiombati qui dalla quarta dimensione sul volgere dei Settanta, incapsulati in baccelloni improvvidamente ricevuti da genitrici umane.
Incontriamo severe difficoltà di comunicazione, su questo Pianeta. Anche perché esse, le fattrici troppo imbevute di spiritualità orientali, hanno commesso l’errore di non spacciarci prima del terzo mese, come la Legge amorale e libertina consente e consiglia.

Così ti invochiamo, ProtoTopo, best&thanks.

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Equilibrio precario

Ci hanno definito in svariati modi: dai più classici e tecnici (flessibili) a quelli decisamente più colorati (bamboccioni); ma, fino ad ora, nessuno aveva mai pensato al precariato come comodo paravento per giovani pavidi, pretenziosi e lagnosi. A questo ha pensato invece Paola Mastrocola nel suo illuminante articolo pubblicato da «La Stampa» il 15/09/09; le sue parole non lasciano adito al benché minimo dubbio, mentre hanno lasciato me proprio di sasso. Forse non sa (ma dove vive?) la cara sig. Mastrocola cosa significhi finire nel tritacarne delle agenzie interinali; forse non si è mai fermata a chiedersi la cara sig. Mastrocola come possa mantenere integra la propria dignità chi, ultratrentenne, si vede ad esempio negare un finanziamento dalla banca solo perché privo di una busta paga decente o che, in ogni caso, dia una qualche patente di affidabilità; o ancora cosa significhi essere costretti a procrastinare i, per carità, borghesissimi progetti di una vita a due, in attesa di strappare un contratto che non corra il rischio di non venire improvvisamente rinnovato? Oppure quanto possa essere umiliante e mortificante ricorrere al portafoglio (non sempre poi così gonfio) dei genitori, anche per far fronte a spese dalle cifre tutt’altro che esorbitanti? E questo Lei lo addita come mancanza di coraggio, non saper più vivere pienamente la giovinezza con quel tratto di allegra, leggera incoscienza che da sempre la connota? Ma come si permette di farci passare per quelli che, incuranti di gravare vita natural durante sulle spalle di mamma e papà, aspettano che cada dal cielo un’occupazione che sia ritagliata su misura per loro (cosa sarà, poi, la “misura”…)? Ma che ne sa di tutti quelli che suddividono le giornate (e anche qui non sono certo eroi) in base alle fasce di orario dei diversi lavori che si prestano a fare pur di sbarcare il lunario? Grazie al cielo non tutto il male vien per nuocere, perché trovo mille volte più ammirevole questa generazione, instabile non per scelta, che non quella dei mitici anni Settanta (di cui fa parte il mio anno di nascita) che, dopo aver pateticamente messo nel cassetto i gloriosi propositi rivoluzionari, si è rifugiata (con qualche canna di troppo) nel solipsistico, tristissimo mito di un romanticismo, anch’esso velleitario, insopportabilmente snob… già, così tremendamente borghese… cara Mastrocola, come vede l’insidia dei luoghi comuni spunta dove uno meno se l’aspetta… Per il bene, non certo mio o dei miei sventurati (e lo sottolineo) compagni perennemente incerti, ma di quei ragazzi a cui ha insegnato e forse tuttora insegna, cerchi di vivere Lei al passo coi tempi così da comprendere che il precariato, di cui forse Lei ha voluto dare una versione edulcorata, non è una prerogativa di giovani annoiati, spaventati e viziati, bensì un male che affligge anche chi avrebbe tutto il desiderio e il diritto di essere pienamente e felicemente realizzato anche nel campo del lavoro.

Rita

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Appendice alla “Sinagoga”: Jeff Halper

Io l’ho sentita l’intervista a Jeff Halper a Fahrenheit, mentre guidavo da sud verso l’Emilia. La prima reazione, fatalmente, è stata “questo è un mentecatto”. Poi, quando le gallerie del tratto appenninico mi hanno insieme oscurato la radio e dato qualche secondo per riflettere, ho pensato che Halper suggerisce esattamente la soluzione Gheddafi: la creazione di uno Stato “bietnico”, in cui gli Ebrei divengano minoranza e gli Arabi siano così buoni e carini da assicurare a quella minoranza ciò che verosimilmente negherebbero a se stessi, maggioranza. Va be’ che la formula “due popoli, due Stati” non mi ha mai persuaso, e va bene pure che la sovranità nazionale tradizionale ha già dimostrato  tutti i suoi potenziali pericoli nel Novecento, ma l’idea di Jeff Halper è totalmente irrazionale (ciò è, impraticabile). Abbiamo tutti una gran simpatia per i generosi, gli utopisti, quelli che sommando 1 e 4 ottengono 41. Non vivremmo però in una struttura progettata con quel criterio. O ci vivremmo finché non ci spiomba in testa.
Altra storia, davvero di un’altra caratura, l’utopia del teramano Pannella, il superamento e la composizione del conflitto attraverso il comune accoglimento di Israele e Palestina (intesa come Stato, autonomo contiguo democratico e smilitarizzato) in una comunità sovranazionale democratica e più ampia (come l’Unione Europea).
Quello che riesce incomprensibile è come le teorie di Jeff Halper siano da tante persone considerate  ragionevoli, e non come il vaneggiamento di un simpatico pazzoide. O forse: appaiono ragionevoli per reazione alchemica con il pregiudizio.

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227 negri

Tre anni fa la Bestia ha tirato fuori un Libro, rosso, così ispirato a un disco di un noto rocker che ogni racconto porta lo stesso titolo e inizia con la stessa frase della canzone che lo ha appunto ispirato. Poi, un mese dopo, il rocker è venuto per i cazzi suoi in Italia a fare quei suoi concertoni muscolari che durano quattro ore, c’era anche un convegno su di Lui a Roma, organizzato dall’università per eccellenza. Magari Lui pensava all’Italia come a un Paese in cui, tra l’altro, era stato appena pubblicato un Libro, rosso, che con Lui aveva a che fare: magari no, visto che su di Lui ce ne sono tanti e, uno più uno meno, l’assenza non si nota. La Bestia comunque non vi andò perché Inesperta. L’anno dopo, due anni fa, la Bestia tirò fuori un Libro, nero tipografico, il diario di un altro noto rocker. E anche Lui, per i cazzi suoi privatissimi, subito dopo venne nel bel Paesone di Prodi. Forse non avrebbe scommesso di non vedere a giro nemmeno una copia dell’appena pubblicata traduzione del suo diario. La Bestia era Nervosa, e non vi andò. L’anno scorso la Bestia, essendosi come si può dedurre sdata per due anni, fece riposo. Quest’anno la Bestia ha emesso un bel romanzo divertente e cupo, blu, di una terza stella del nostro amato rock, a questo punto è una delinquenza seriale, e quando Lui verrà a marzo nell’allegro Paesone di Berluscone, magari riterrà improbabile che del suo libro, uscito da meno di un anno, non resti memoria nemmeno nelle più pensose tra le cariatidi. Eppure su internetto c’era!! Sì, ma quella è realtà, la Bestia è invece ectoplasma, vive in un domicilio dove è sconosciuta e risponde a telefoni che non rendono suono. Alle volte, quando ci tiene, fa deviare documenti e pacchi verso le avite stanze, tanto al centro-sud dove dicono “tando” tanto al centro-nord dove dicono “bamboro” (si noti tra le parentesi l’ufficiale ritorno in auge del Trattino).
Ora non resta che arrivare a 227.

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Come si somministra il premio letterario”

Gli autori vengono coricati ciascuno sul suo letto, su materasso un po’ duro, con la testa leggermente sopraelevata e un cuscinetto sotto il bacino, le gambe semiflesse, divaricate, la camicia tirata verso lo sterno, le gambe semicoperte. Gli autori dovranno respirare tranquillamente, rilasciare i muscoli, lasciar fare con serenità. Avranno tra le gambe una bacinella.
Dopo un intervallo di consultazione, la giuria prende il premio letterario, bene lubrificato, l’inserisce improvvisamente in uno degli autori e lo spinge avanti con dolcezza. Il premio procede, in genere, senza difficoltà, per 10-12 cm. Se si avverte una resistenza, si ritira alquanto il premio, lo si scuote leggermente e si ritorna a spingere con delicatezza, imprimendo all’autore qualche movimento di rotazione, fino alla totale premiazione.
Gli altri autori possono nel frattempo rivestirsi. Dopo l’operazione, il premio letterario va accuratamente lavato, asciugato e riposto.

(JRW – FF)

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Venuto al mondo (prima del Campiello)

Una madre ad ogni costo; un figlio cercato ossessivamente, ma arrivato per vie traverse; un amore a cui è impossibile sottrarsi. Sullo sfondo Sarajevo dilaniata dalla guerra sporca dei Balcani. Gemma, la protagonista dell’ultimo romanzo di Margaret Mazzantini, la “bella donna” come la apostrofa fin dall’inizio il poeta un po’ folle sarajevita Gojko che ne segnerà a fondo il destino. Gemma, la ragazza tutta d’un pezzo, che non è disposta minimamente a invertire la tabella di marcia che si è autoimposta, neanche quando la vita si diverte a scombinarle il gioco. Gemma, la donna che si ostina a imparare dai suoi stessi errori e che, quando finalmente asseconda l’istinto inevitabile, ama a tal punto da desiderare immediatamente il frutto di quell’amore inaspettato, bizzarro, irrinunciabile… Un frutto che abbia gli stessi occhi del suo uomo e quel suo modo unico, teneramente impacciato, di camminare. Gemma, la madre che sottopone il suo corpo a ogni genere di tortura, per di più inutile, pur di veder lievitare quel ventre perennemente, dannatamente piatto, pur di sentir crescere dentro di sé la prova palpitante di un’unione che ora avverte incompleta. Gemma, che alla fine scoprirà che l’istinto materno non è innato ma – come rutto ciò che è delicato e prezioso – va coltivato giorno dopo giorno. Il figlio, Pietro, lo incontriamo ormai adolescente e, come la maggior parte degli adolescenti, è adorabile e detestabile al tempo stesso. Viziato e all’apparenza incontentabile eppure capace di turbarsi di fronte a una fotografia in bianco e nero che trasmette una sensazione strana. E ancora bisognoso, anche se recalcitrante, del sostegno di mamma. Pietro, un ragazzo testardo e irritante ma a cui mamma Margaret mette in bocca, verso la fine del racconto, una frase che da sola vale l’intero libro. Infine quello che avrebbe dovuto essere il padre naturale, Diego, un giovane uomo amabile, entusiasta della sua incasinatissima vita e soprattutto di Gemma che intuirà esserne subito la tessera mancante. Diego alla continua ricerca di pozzanghere da fotografare e di spicchi di sole da donare alla donna amata. Diego il tenero ragazzo dei carrugi, mai cresciuto del tutto a causa della morte prematura del padre, proprio lui che padre non diventerà. Diego che si innamora di Sarajevo a tal punto che non esiterà a prendere su di sé la croce della guerra, con i suoi scatti, ora spietati, ora diretti come l’arma dei cecchini sullo sfacelo. Diego che potrebbe anche deludere ma che in fondo saprà come riscattarsi.

In ciascuna delle 529 pagine la scrittura densa, graffiante, avvincente della Mazzantini che ancora una volta ci stravolge quando ci fa respirare il dolore, ci disorienta con i suoi caratteristici colpi di coda, ci consegna una storia degna di essere tramandata.

Rita

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Animal power

Quando una trentina di anni fa(va) la Fininvest entrava trionfalmente nelle nostre tristi case, ingrigite dal palinsesto RAI tipico di uno Stato bolscevico, fu scelto come logo un biscione…

Tutto ebbe dunque inizio con un biscione, e oggi sono propensa a credere che tale scelta non fu poi così casuale. Oggi che il Paese sembra sempre più dipendere dalle magnifiche sorti (re)azionarie del gingillo che ci si augura continui ad agitarsi bello e vivace nei pantaloni del Premier. Oggi che l’Italia resta con il fiato sospeso, in attesa delle ultime rassicuranti dichiarazioni di una escort o di un porta(voce) particolarmente caritatevole e, mi si permetta l’espressione, di bocca buona.

Che ci importa se la Crisi dilaga, relegandoci a un ruolo sempre più invisibile nel Mercato del lavoro, di fronte al dilemma che oggi ci toglie il Sonno: riesce ancora quel vigoroso manganeLLo, che così prolificamente ha sparso sulla Terra il proprio Seme, popolandola di piersilvi piersilvie pierfedi pierfeltri piergiordani pierbondi pierratzinger, a sferrare il Colpo decisivo, oppure si limita a sparare a salve?

Riesce ancora a catturare indomito l’obiettivo finale, incrementando inoltre il già innumerevole popolo Blu (un Colore che la dice Lunga)? O gli spermatozoi superstiti e non più di primo Pelo fungono ormai solo da graziosi monili, seppur dalla forma bizzarra, con cui ornare le fortunate dame della Briosa compagnia di villacertosa?

C’è di che preoccuparsi. Ma assicura, solerte, gHedini, che il Nostro Eroe, a differenza di un certo Achille (e della sua Gioiosa macchina), non conosce Debolezze…

Davvero un difensore del Cazzo!

E chi sparge Dubbi e diffonde l’onta infamante non è che un invidioso rappresentante della stampa avversa di Sinistra, notoriamente impotente e pieno di Livore. Non scordiamoci infatti che tipico dei sinistroidi non è il procreare, bensì il nutrirsi del Frutto degli accoppiamenti altrui!

Che Popolo schizoide sarà mai questo, che per un attimo ti fa ben sperare, premiando con un’audience altissima un programma coraggioso ed ostico come quello dell’altra Sera di piroso, a ricordo di Tobagi, per poi risprofondare come se nulla fosse nelle braghe del Silvio. Un Popolo che, guidato da un erotomane con spiccate tendenze dittatoriali e biscioniche, è diventato lo Zimbello dell’europa tutta e del resto del mondo. Un Popolo in cui ti risulta ogni giorno più impossibile considerare il prossimo tuo come un Fratello.

pierrita

 

ps: animal pauer, chiaro, una potenza bestiale. Con tutto il Rispetto per le Bestie.
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Indagine sulla natura e le cause della scelta di un libro

Un noto adagio certifica che “la miglior ricerca di mercato è quella effettuata sugli scaffali”. Ho voluto crederci e, appena rientrato nella mia residenza convenzionale, ho subito controllato il multipiano ikeo in balsa e bava, capace di sorreggere più libri di quanti possa sopportarne una coscienza. Dato che sono capace di avvertire anche il minimo spostamento delle cose (di per sé, immobili), l’indagine ha fornito dati scientificamente solidissimi: i tre titoli toccati in mia assenza, tolti di posto, sfogliati (non so se e quanto letti, ma penso che almeno uno lo sia stato interamente) e rimessi malamente sdraiati sulla fila degli altri in verticale, sono l’edizione Alet di Running with Scissors di Augusten Burroughs, la traduzione italiana di The Music of Chance di Paul Auster e l’Einaudi Stile libero de Il mestiere di scrivere di Raymond Carver.

Il primo è un libro fantastico, che mi ha divertito da pazzi, ma vedendolo da fuori trasmette antipatia e saccenteria (la prima edizione ha la quarta in inglese!!!). Di lui si è parlato, ma non a livello di “grande diffusione epidemica”. A cosa si deve, dunque, una scelta così indovinata non so spiegarlo. Verrebbe da confortarsi, credendo che “un buon libro si sceglie da sé”.

 


Il secondo è lo spettacoloso racconto di un viaggio governato dalle leggi anarchiche del Caso. È un libro di vent’anni fa, ma ne ha parlato da poco Fuxas. Ho pensato che potesse essere dovuta a quello, la scelta. Mi auguro di no, ma fu buona.

 


Il terzo non l’ho mai letto e mai lo farò. Lo presi per l’umanissimo riflesso dell’opera completa. E perché, alla Sagarana, lo suggeriva Julio e noi si comprava sotto ipnosi. L
‘ipnosi, però, prima o poi svanisce. Perché sia stato scelto, a fianco e a scapito dei colorati seducenti allegri volumi di minimum fax, narrativa e poesie tra l’altro, mi riesce incomprensibile. Carver è un nome “massificato”, ma quel Carver a preferenza dell’altro Carver (lo so, rischiamo di porci sulla linea l’altra America, l’altra Israele, etc.) è una scelta che sorprende.

Di sicuro l’indagine ha assicurato che, sullo scaffale, si sono mosse mani avvedute.

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Ad personam (brutta)

These days, everything is grist for the irony mill… I ask you, just when does the statute of limitations on irony run out? … There is a taint of death in all irony.

(mz)

 

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Road Map

 

Complice una serata dedicata alla campagna di sensibilizzazione quarupa, questo libro ha incontrato mio fratello (ma non i suoi occhi); giusto il tempo di vedere l’ultimo acquisto letterario ed è stato un attimo per me macinarne pagine su pagine. Vinta la diffidenza iniziale verso l’autore che, in molti passi, ha tenuto a ribadire la sua idiosincrasia nei confronti di una generica sinistra, votata (a suo dire) pregiudizialmente alla causa palestinese, mi sono addentrata in quello che fin da subito mi è parso un resoconto dettagliato, dettato dal fiuto di chi vuole capire in prima persona – si è recato sul posto a respirarne l’aria per ben tre volte, l’ultima delle quali in compagnia della figlia – senza mostrare mai di accontentarsi delle famigerate versioni ufficiali. Un resoconto appassionato e appassionante. Sono stata contenta di aver deciso di dare una chance a questa lettura che finalmente rende giustizia ai fatti (oggi come oggi non è cosa da poco) e che ci porta dentro un mondo per noi perlopiù sconosciuto e lontano; un mondo in cui, insieme alla follia dell’estremismo (di matrice religiosa o meno), sopravvivono ostinate piccole gemme preziose di un autentico coraggio, come quello di Yehuda Shaul e del suo Breaking the Silence, organizzazione che raggruppa tutti gli appartenenti a Tzahal decisi a denunciare (immagino a un costo molto elevato) gli abusi e i soprusi commessi nei territori occupati; come la scelta sorprendente e temeraria di Amira Hass, giornalista israeliana che ha deciso di vivere tra Gaza e Ramallah per vivere sulla propria pelle gli effetti devastanti dell’occupazione coloniale; come il progetto che anima Meir Margalit, che insieme ad altre mani operose e instancabili si ostina a ricostruire ogni volta le case dei palestinesi distrutte dall’incedere sordo dei carrarmati; come il coraggio infine di Ilan Pappé, lo storico israeliano che ha fatto della ricostruzione della verità della guerra del ’48 la sua principale ragione di vita e che, rifiutandosi di contribuire a cancellare l’identità del popolo palestinese, è forse l’israeliano più detestato dalla sua stessa gente. Autentiche perle, tenacemente abbarbicate in un mare limaccioso e infido, meravigliose eccezioni che non hanno mai sposato la logica dell’odio e della paura; figure impresse a fuoco che mai hanno pensato di ricorrere al fuoco, pur vivendo in una terra disgraziata e dilaniata da una guerra insensata; esempi esemplari che, se solo venisse raccolto il loro seme, potrebbero far sperare nella soluzione di un conflitto che sembra eterno. Bravo Llosa nell’aver saputo pescare queste perle di Israele, impeccabile nel descrivere il senso di claustrofobia che opprime la striscia e ogni zona posta sotto il controllo vigile e ben poco rassicurante dell’esercito israeliano, ineccepibile nell’attacco (con tanto di dichiarazione di illegalità sancita dal Tribunale Internazionale di Giustizia de L’Aia) contro il muro della vergogna (che mal si concilia con quello del Pianto). Un buon libro, sicuramente da consigliare, soprattutto a coloro che credono legittimo che Israele, per difendersi, debba necessariamente tradire se stessa.

 

Terrorita

 

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